Tra il dire e il fare (o, quelli che proprio non vogliono capire)

November 28th, 2011

Siamo tutti un po’ testoni, a volte. Ci sta.

Ci intestardiamo a vedere le cose come vorremmo che fossero, anche quando i fatti (e magari pure la gente che abbiamo vicino) mostrano anche gli altri pezzi, quelli che in qualche modo potrebbero confutare le nostre convinzioni.

Spesso non siamo soli nel nostro raccontarcela su, spesso abbiamo dei complici, persone che – con maggior o minor malizia – ci lasciano crogiolare nelle nostre fantasie, a volte con crudeltà e malanimo, a volte solo per pavida superficialità. Non sono giustificati, questi nostri complici, nel loro modo di fare, non lo sono mai, anche se a volte sono delle vere teste di cazzo (che ci usano, ci sfruttano o ci rubano tempo/energie/amore) a volte, invece, sono solo infantili, superficiali, egoisti e un po’ coglioni, sprovvisti di vera cattiveria, ma tendenzialmente solo troppo cacasotto per affrontare la verità.

Non è sempre facile distinguere, questo è palese, ma ci sono dei modi in cui possiamo provare. Uno di questi – quello che cerco di applicare io – sta nel dare un peso maggiore a quello che la gente fa e uno minore a ciò che dice.

Ne consegue che se qualcuno professa di amarci, l’aspettativa deve essere che le sue azioni confermino tali affermazioni. Ad esempio, se in più di un anno l’oggetto del tuo desiderio non trova il tempo né l’occasione per stare due giorni con te, forse, malgrado i messaggini cippiciuppy, non ti ama così tanto. Analogamente, se un uomo si trova di fronte a una scelta fra te e un’altra e corre dall’altra, dedica il suo tempo all’altra, passa tutto il suo (poco) tempo libero con l’altra e quando è con lei non ti risponde al telefono, direi che il messaggio che traspare dai fatti sia forte e chiaro.

Certo, non è di facile digestione.

Resta poi da considerare, ovviamente, il peso specifico degli esseri umani in questione, quanto ciascuno di noi sia disposto ad aggrapparsi alle “bugie bianche”, ai “non detti”, alle affermazioni diplomatiche che hanno come unico scopo quello di spostare il problema in avanti: esporsi in un confronto diretto, infatti, può risultare – quantomeno per una delle parti, ma a volte per entrambe – sgradevole e inopportuno, poiché con la chiarezza sopraggiunge l’assunzione di responsabilità.

E spesso il problema è proprio quello: assumersi le proprie responsabilità.

Fare delle scelte per alcune persone è difficile, come per alcuni è difficile guardare in faccia la realtà, oppure dire NO, o dire ciò che si pensa e sostenerlo con coraggio, mantenere il proprio punto, mantenere la propria dignità.

A volte è più facile condire via le persone con diplomazia, lasciandogli intendere quello che vogliono (anche se non corrisponde affatto a ciò che davvero intendiamo dare loro) e lasciare che – quando finalmente cadono le fette di salame – siano loro, belli incazzati tra lacrime e/o vaffanculi, ad andarsene.

Per fare poi spallucce e sospirare, restando per un po’ a guardarli mentre se ne vanno (smadonnando) con occhi da cucciolo triste e perplesso… per poi girarsi, rifocalizzare lo sguardo e andare avanti con le proprie attività.

lo tsunami del cuore

September 15th, 2011

La settimana tra il 7 e il 14 settembre è stata, per me, come lo tsunami per il Giappone.
Oggi, il 15 settembre io rinasco: ferita, confusa, sconcertata, senza più riferimenti, ma con l’opportunità di ricostruire. Magari meglio.

Sono successe tante cose: tradimenti, sentimenti, mutamenti, malori e dolori…
Alcune cose sono distrutte per sempre, altre forse potranno trasformarsi e continuare a vivere, una cosa è certa: tutto è cambiato.

Ho pianto lacrime di amarezza, lacrime che hanno sciolto traumi vecchi quanto me, lacrime di un dolore così profondo da togliere il fiato e da farti desiderare di morire li, in quel momento.

Ma ho pianto anche lacrime di gioia e di commozione, di sconcertante puro amore, ogni volta che una delle tante, tantissime, persone che abitano nella mia vita – durante questo mio tsunami del cuore – mi hanno raggiunto e toccato, con un messaggio, con un gesto, con un abbraccio virtuale o reale.

Ieri era il mio compleanno e ho passato la prima metà della giornata tra le braccia di un uomo che mi ha ferito e mi ha fatto del male come poche altre, ma che per due giorni mi tenuto tra le braccia consentendomi, per la prima volta da quando posso ricordare, di piangere davvero, di piangere come fanno i bambini, senza remore e senza timore di essere giudicata, di piangere per il male ricevuto, per l’amore mancato, per le perdite.

Io non so piangere, ora lo so. Io non posso piangere, perchè devo essere sempre forte e solida e non vacillare mai. Io non posso piangere perché non posso mostrarmi fragile. Quindi piango solo davanti a un film, così ho un alibi.

Ma tante delle mie lacrime, nei giorni scorsi, non sono state causate dal dolore (quelle erano di veleno urticante) ma dall’amore. Scoprire di essere nel cuore di così tante persone, alcune delle quali nemmeno conosco e alcune delle quali non vedo da più di 20 anni è una cosa che mi toglie il fiato e non riesco, anche in questo momento, a fare a meno di piangere.

Io (lo so, non sono rara) ho avuto una non-famiglia, sono cresciuta in un contesto insicuro e solitario, ho imparato a tenere alta la guardia e mi sono costruita una famiglia di amici.

Io cammino su un filo che è così in alto che intravedo a malapena la terra sotto, ma durante lo tsunami del cuore mi ha salvato una zattera fatta di “sorelle” e “fratelli”, di due zii (veri) e anche di lontanissimi “cugini” dal passato o di amici “virtuali” ma reali nel mio cuore. Una zattera fatta di amore, di rispetto, di stima, di pacche sulle spalle e di calcioni nel culo, di ore di chiacchiere quotidiane o di messaggi laconici nelle occasioni.

Una zattera che è la mia famiglia. Che non è forse come una famiglia vera, ma che in un momento di vera difficoltà non ha esitato a sfidare la potenza della tempesta per venire a salvarmi.

Sapete chi siete, sappiate quanto vi apprezzo e quanto vi amo.

Trip e ArturoPelogrigio

October 21st, 2010

Trip ha perso una zampa ed ora vive con me. ArturoPelogrigio ha quasi sei mesi, ma una grave malformazione gli impedisce la crescita.

Quando Trip non cerca di mangiarlo, Arturo gli manifesta la sua gratitudine.

La Jackie

October 21st, 2010

La mia moto si chiama Jackie (Giacomina, in effetti). È un Guzzi Nevada 750 che io non uso quanto vorrei (troppe cose non faccio quanto vorrei) ma che è una grande forma di gratifica. Io preferisco viaggiare sola, o con pochi altri. Non sono una smanettona (ne la Jackie consente grandi smanettamenti, comunque) e del viaggiare in moto mi piace il senso di libertà molto più che quello del brivido, il vento addosso più che le pieghe spericolate.

Un progetto nel cassetto? Due settimane in Camargue in primavera, con la moto e la macchina fotografica…

Lamps!

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